Scrivo queste righe conscio del privilegio di aver seguito il Professor D’Amico durante i 20 anni più fulgidi della sua lunga carriera e di essergli stato accanto per 37, con l’orgoglio di poterne proseguire lo sforzo.

L’imprinting. Davide D’Amico nasce a Mazzarrà Sant’Andrea nel ’36 e completa gli studi di Medicina e Chirurgia a Messina. Da quell’imprinting familiare e culturale nascono il carattere solare, la naturale inclinazione alla relazione umana aperta e coinvolgente, l’ottimistica intraprendenza e persino quella spavalderia, sempre garbata e nobile, che ha caratterizzato la sua vita privata e professionale. Il legame con la Sicilia resterà viscerale, coltivato attraverso una rete di contatti e frequentazioni più tardi vissute dal suo ritiro liparese.

La Scuola. Poi Padova, e l’incontro fondante con Piergiuseppe Cevese, allievo di Galeno Ceccarelli, già stella chirurgica veneta e nazionale. La fascinazione per l’eclettismo e la statura di Cevese restò il leitmotiv affettivo, ancor prima che professionale, del Prof. D’Amico: un’“alleanza” tra Maestro e Allievo rimasta viva fino all’ultimo giorno. Da lì le idee di “Scuola Chirurgica”, di “trasmissione del sapere”, di “fare e saper fare”, manifestate in mille indimenticabili letture, che restano uno dei suoi lasciti più significativi.

Lo stile nobile. L’eloquenza aulica, forbita ma al tempo stesso spontanea ed incontenibile, in sintonia con la sua impeccabile calligrafia ad inchiostro di china verde o nero su carta nobile di Fabriano ed un amore sviscerato per i profumi ed i fiori, ogni giorno sempre freschi sul suo grande tavolo accademico, hanno delineato il suo stile, inconfondibilmente. Ricordo dopo ogni pausa natalizia, le ore passate in studio a rispondere alle decine di biglietti di auguri vergando personalmente un pensiero ed un lucido riferimento per ognuno.

L’intuizione trapiantologica. A metà degli anni Ottanta, anche per contaminazione della trapiantologia cardiaca che Cevese aveva preparato e supportato e che il suo allievo Gallucci aveva poi realizzato, Davide D’Amico matura la convinzione — non scontata all’epoca — che il trapianto di fegato sarebbe stato una delle innovazioni più significative della Chirurgia moderna. Ma l’intuizione non basta: è con caparbietà, metodo e determinazione che organizza l’importazione strutturata del know-how trapiantologico, costruendo un ponte stabile con Pittsburgh e Tom Starzl. Indimenticabili i tanti viaggi del Professore con Bassi, Tedeschi e gli anestesisti Nolli e Piccinni — ed io già lì da “basista” — per importare sistematicamente protocolli, pratiche, tecniche, materiali e segreti gestionali. Un “metodo dello start up” allora originalissimo e pionieristico, replicato poi a Kyoto con Koichi Tanaka. Fu quella preparazione sistematica a garantire il successo. Il resto è storia: il 23 settembre 1990 il primo trapianto di fegato del Nordest, l’avvio del Centro, il primo trapianto di fegato da vivente d’Italia.

Maestro di comunicazione ante litteram. Chi non ricorda la diretta televisiva nel corso del Congresso della SIC del 1997 a Padova, con il Professore e Tanaka a eseguire il primo trapianto di fegato da vivente. Oggi può sembrare scontato, ma trent’anni fa eseguire una prima nazionale in diretta fu uno splendido, indimenticabile azzardo. A questo si aggiungano l’accattivante naturalezza televisiva che bucava lo schermo, il rapporto costante e cordiale con il mondo del giornalismo, l’ossessione per la fotografia di ogni evento — una segreteria dedicata all’iconografia, attiva da 36 anni. Un antesignano dei media experts.

La Società Triveneta di Chirurgia. Fra le tante appartenenze societarie del Professore, quella alla Triveneta è la più lunga e, per chi lo ha conosciuto da vicino, la più rivelatrice: non una tappa di un cursus honorum, ma una casa. L’archivio della Società lo documenta consigliere nei bienni 1985-1987 e 1991-1993, vicepresidente nel 1995-1997, Presidente nel 1997-1999; e il suo nome compare ancora nel direttivo 2026-2027 come Presidente Onorario. Quarant’anni dentro la stessa istituzione, dal primo consiglio alla presidenza onoraria: un arco che nessun altro incarico della sua carriera ha eguagliato.

Non è un dettaglio d’archivio. Sono esattamente gli anni in cui la Chirurgia del Triveneto si trasforma, e la sua Presidenza — 1997-1999 — coincide con i mesi del primo trapianto di fegato da vivente d’Italia. Il Professore portò nella Società lo stesso metodo con cui aveva costruito il Centro: la convinzione che le istituzioni scientifiche non si ereditino ma si consegnino, e che vadano lasciate più solide di come le si è trovate. Alla Triveneta chiedeva soprattutto una cosa: che restasse il luogo dove i giovani chirurghi del Nordest presentano per la prima volta il proprio lavoro davanti ai propri Maestri.

La leadership come inclinazione naturale. Quella stessa idea l’aveva espressa altrove con parole quasi ossessive: “devo lasciare qualcosa di concreto e tangibile al termine della mia Presidenza”. Alla guida della Società Italiana di Chirurgia (2000-2002), di cui fu poi Presidente Emerito, quel sogno divenne l’acquisizione della sede di Viale Tiziano a Roma. Fu Presidente della Società Italiana Trapianti d’Organo (2006-2007), naturale approdo del percorso trapiantologico, e della Società Italiana di Chirurgia d’Urgenza e del Trauma; Presidente del Capitolo Italiano dell’IHPBA — di cui, già segretario generale dell’AICEB dal 1982, era stato tra i costruttori — delegato nazionale per l’Italia dell’International Society of Surgery e membro dell’American College of Surgeons.

Accademico di rango. Professore Straordinario e poi Ordinario di Chirurgia Generale dell’Università di Padova dal 1980 al 2009; Direttore della Chirurgia d’Urgenza, poi della Clinica Chirurgica II e infine della Clinica Chirurgica I e del Centro Trapianti di Fegato (1992-2009); Direttore della Scuola di Specializzazione in Chirurgia Generale e Coordinatore della Commissione Sviluppo della Facoltà di Medicina; Professore Emerito dell’Università di Padova. Su tutto, un enorme rispetto per le istituzioni accademiche, per le gerarchie — da ex ufficiale dei Carabinieri — e per una vita universitaria che considerava sacra.

Didatta appassionato attraverso l’internazionalità. Trasmettere il sapere come missione del Caposcuola è stato un mantra costante nella filosofia chirurgica del mio Maestro. Lo declinava, ancora una volta da antesignano, mandandoci sistematicamente all’estero per costruire ponti, aprire strade e tornare con una visione più matura della Chirurgia e del mondo, ad arricchire la sua Scuola.

La profonda umanità. È stato un finissimo conoscitore delle vicende, dei profili e delle genealogie delle Scuole Chirurgiche del nostro Paese. In questi ultimi anni mi sono nutrito di storie e di accadimenti, interrogandolo “a braccio” su questa o quella realtà chirurgica italiana. Quella conoscenza enciclopedica di uomini e storie era frutto di innumerevoli amicizie autentiche, testimonianza di una cifra umana naturalmente incline al rapporto fraterno, al supporto agli amici e all’intangibilità della correttezza relazionale.

Non tutto è stato perfetto nel Professore: la perfezione ne avrebbe reso irrealistica la figura e queste righe avrebbero peccato di scarsa lucidità. Ma noi allievi più stretti abbiamo imparato a comprenderne le spigolature, assecondandole come è giusto fare con tutti i grandi Maestri.

La scomparsa di Davide D’Amico ci colpisce e ci lascia affranti, ma non lascia un vuoto. Al contrario, rinforza un’impalcatura di valori, di comportamenti e di sentimenti che sono le fondamenta della nostra Scuola Chirurgica Padovana e che, per certi versi, hanno significato molto per tutta la Chirurgia e la Trapiantologia italiane. Su questa impalcatura costruiamo ogni giorno, con impegno e creativa passione, il presente della nostra Scuola, con lo sguardo teso ad anticipare il futuro e una memoria sempre rispettosa di queste nostre fulgide origini.

Caro Maestro,

un grazie che parte da lontano e che nel mio cuore, e in quello di tanti suoi Allievi, durerà per sempre.

Umberto Cillo
Professore Ordinario di Chirurgia Generale
Direttore, Clinica Chirurgia Generale
Epato-Bilio-Pancreatica e Centro Trapianto di Fegato
Università di Padova